La questione meridionale è una questione nazionale
Tra il 1951 ed il 1973 il dualismo territoriale italiano, pur con difficoltà e contraddizione, si è progressivamente ridotto, grazie al modo di operare dell’intervento straordinario. In quel periodo il rapporto tra il PIL e gli investimenti passò dal 17 al 33 per cento. Agli inizi degli anni ‘70 il primo shock petrolifero, con la conseguente stagflation, mise in crisi, non solo in Italia, le politiche d’ispirazione keynesiana. L’impegno straordinario venne meno, sostituito da quello di carattere ordinario. Da allora la regressione è stata costante come dimostra l’ultimo rapporto della SVIMEZ, secondo il quale si è tornati alla situazione degli anni ‘50. E’ la dimostrazione plateale del fallimento della cosiddetta “nuova politica economica”. Il progetto, varato a Catania nel 1998 – “100 idee per lo sviluppo” – che ipotizzava, com’è testimoniato dai DPEF dell’epoca, tassi di crescita per il Mezzogiorno superiori al 5 per cento annuo. L’abolizione dell’intervento straordinario è stata quindi disastrosa. Il trasferimento delle competenze agli enti locali (Regioni, province, comuni) non ha colmato il vuoto di progettazione e realizzazione ch’era proprio della Cassa del Mezzogiorno. Né questo vuoto è stato riempito dall’utilizzo dei fondi europei e del cofinanziamento nazionale. Le risorse relative al primo ciclo dei fondi strutturati (2000 – 2006) sono state utilizzate al 94,1 per cento. Apparentemente una buona performance. Nei fatti un piccolo disastro, se si considera che, per evitare il taglio da parte dell’Europa, sono stati finanziati progetti di ordinaria amministrazione, che avevano un proprio specifico finanziamento a carico del bilancio dello Stato. Se queste risorse si includono nel conto, la percentuale scende ad un modesto 43,2 per cento. Si tratta, per lo più, di micro-interventi che ben poco avevano a che vedere con le esigenze di sviluppo del territorio. Per il periodo 2007 – 2013, se non si interverrà in modo radicale, si correranno gli stessi rischi. Il tutto aggravato dalla persistenza di una crisi finanziaria che pone in primo piano l’esigenza di contenere la spesa pubblica al fine di contrastare l’aumento del debito. Questo spiega perché i fondi FAS siano stati utilizzati, almeno finora, in deroga della loro destinazione originaria. Se si fosse operato in modo diverso, avremmo risorse inutilizzate, comunque appostate in bilancio ed in grado di determinare un aumento artificioso del deficit pubblico. Comunque, nonostante le tecniche di salvaguardia complessiva adottate, le risorse a disposizione del Mezzogiorno rimangono ingenti: oltre 60 miliardi di euro da impiegare e gestire in modo intelligente per contribuire allo sviluppo del Mezzogiorno e dell’intero Paese. Per ottenere risultati positivi è necessario riflettere su quell’esperienza straordinaria che è stato lo sviluppo del Nord-est. Il crollo del muro di Berlino comportò l’apertura dei mercati dell’Est, creando le condizioni per la crescita di quella parte del Territorio, in precedenza prigioniero di un’atavica arretratezza. Per il Mezzogiorno può manifestarsi un’analoga opportunità. La crisi finanziaria sta cambiando l’equilibrio geopolitico mondiale. Il Mediterraneo può riacquistare una sua centralità in un gioco di sponda tra paesi produttori di petrolio, grandi traffici con l’Oriente (Cina ed India) ed il lato est dei Balcani, dove esistono i grandi giacimenti di gas. Il Mezzogiorno è al centro di questo crocevia. E’ una straordinaria piattaforma logistica naturale che deve essere solo attrezzata per poter decollare. Rispetto al Nord-est, la sua composizione sociologica è notevolmente diversa. Ma proprio per questo esiste la necessità di un rinnovato impegno dello Stato centrale che svolga un ruolo di supplenza verso istituzioni locali che hanno dimostrato tutta la loro insufficienza. La proposta – non un nuovo “libro dei sogni” – è quella di concentrare le risorse esistenti, che, come abbiamo visto sono tante, in alcuni progetti di grande respiro per realizzare rapidamente le infrastrutture che mancano e, quindi, creare le precondizioni per il suo decollo produttivo: . per la Puglia occorre realizzare l’hub portuale di Taranto, potenziare Brindisi, dotarli di vie di comunicazioni rapide per sfruttare il vantaggio rispetto ai porti concorrenti (Rotterdam e Barcellona) che è pari a 5 giorni di navigazione. Occorrerà poi collegare, mediante ferrovia, Bari a Napoli . per la Calabria, completare, il più rapidamente possibile, i lavori sull’autostrada Salerno – Reggio Calabria. Estendere l’alta velocità fino al capoluogo, per valorizzare anche il porto di Gioia Tauro, potenziare la rete di trasmissione dell’energia elettrica . per la Campania, rilancio dell’industria elettro – meccanica, potenziamento dei centri di ricerca, implementazione delle funzioni direzionali . per la Sardegna, rivedere il business della chimica, migliore utilizzazione, in termini industriali, del nuovo terminale del gas . per la Sicilia, l’opera fondamentale è il Ponte sullo Stretto, quindi la riconversione dell’area di Termini Imerese, in accordo con Fiat. L’elenco è puramente indicativo. Va letto in relazione al Programma delle infrastrutture di carattere strategico, varato dal Ministero, ed alle azioni rivolte a migliorare le condizioni di contesto: lotta alla criminalità, modifica delle relazioni contrattuali, miglioramento dell’offerta formativa e così via. Il che accentua la necessità di mantenere un continuo profilo di carattere unitario. Determinanti, sotto, questo profilo saranno gli assetti di carattere istituzionale. Occorre ricomporre competenze e funzioni, finora, dispersi. Se da un lato il coordinamento politico non può che spettare direttamente al Presidente del Consiglio; dall’altro è evidente l’esigenza di supportare la sua azione con una struttura tecnica che, su delega dello Stato e delle Regioni, sovraintenda a questa complessa opera di raccordo e di impulso. La novità potrebbe essere rappresentata da un’Agenzia per lo sviluppo, costituita nell’ambito della Presidenza del Consiglio, che accorpi le diverse strutture statali che operano per il Mezzogiorno, realizzando un conseguente intervento di semplificazione. Essa dovrebbe intessere un dialogo permanente con gli enti locali al fine di ottenere il massimo di sinergie possibile e supportare le loro strutture tecniche nella realizzazione dei progetti individuati. Una tecnostruttura, dotata delle necessarie competenze tecniche – progettuali in grado di svolgere il ruolo di stazione appaltante, sfruttando a vantaggio della finanza pubblica le conseguenti economie di scala. Ed i grado di garantire il rispetto dei tempi nella realizzazione delle opere. Il cambiamento di passo nella definizione di un programma per il Mezzogiorno rappresenterebbe la garanzia migliore, dopo tante frustrazioni alle quali sono state sottoposti gli abitanti di quelle Terre, costretti ancora ad oggi ad emigrare per realizzare i propri progetti di vita. Nel risolvere i problemi dell’immondizia a Napoli, nell’affrontare i problemi del terremoto all’Aquila, nel gestire il G8, il Governo ha dimostrato quanto possa essere efficace la “cultura del fare”. Una risorsa, per troppi anni, lasciata inutilizzata. Grazie alla sua riscoperta, il Mezzogiorno può tornare a sperare.
